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martedì 29 dicembre 2009

LA VILLA DI SARDARA E IL SUO TERRITORIO NEL XIV SECOLO

All’inizio del XIV secolo, la Sardegna si trovava in una situazione politica molto complessa. Degli originali giudicati di Cagliari, Torres, Gallura e Arborea restavano in piedi solo il Giudicato d’Arborea.


Quest’ultimo era però minacciato dalle signorie Pisane e Genovesi che dominavano nel resto dell’isola.
Pochi anni prima nel 1297 : il Papa Bonifacio VIII, rivendicando un controverso diritto della chiesa, aveva creato il “Regno di Sardegna e Corsica” e lo aveva infeudato al re d’Aragona Giacomo II.
L’attuale territorio di Sardara comprendeva allora le ville di Sardara, Abbas, Jacha o Santudomini e Borgo Monreale con il castello. Era all’interno del confine meridionale del Giudicato d’Arborea, nella curatoria di Bonorcili e diocesi di Terralba.
Il castello con il borgo fortificato era il più importante del giudicato e uno dei più imponenti della Sardegna. Sede di guarnigione militare e punto di raccolta di derrate alimentari. Spesso vi risiedevano i giudici-re per curarsi nelle vicine terme e nei periodi di crisi di confine. Forse per questo gli fu imposto il nome di Castrum Montis Regalis o perché nel 1324 vi soggiornò Teresa d’Estensa, moglie dell’infante Alfonso d’Aragona.
Nei primi anni del secolo era ultimata la chiesa di S.Gregorio con annesso monastero, splendido esempio di architettura romanico-gotica costruita dai monaci Camaldolesi dipendenti dal monastero di S.Mamiliano di Monte Cristo.
L’indotto del castello, la fitta rete stradale, la fertilità dei suoli e la presenza delle fonti termali hanno contribuito notevolmente all’incremento demografico nel territorio. Sardara era uno dei più grossi borghi dell’isola con un numero d'abitanti compreso tra i 1.000 e 2.000 mentre la gran parte dei villaggi raramente superava i 150 abitanti.
Nel 1323, Sardara e gli altri centri del territorio si preparano a ricevere l’esercito Arborense. Il giudice Ugone II, alleato dell’Aragona, raduna l’esercito nella vasta pianura sotto il castello, tra Sardara e Pabillonis , e da qui parte per assediare la città di Villa di Chiesa (Iglesias) in mano ai Pisani. Lo stesso Ugone II, il 4 Aprile 1336, faceva scrivere il suo testamento probabilmente in Villa Abbas, luogo dove egli trascorreva lunghi periodi per curarsi la gotta con l’acqua termale. Nel testamento è citata anche la Villa di Jacha per un lascito alla chiesa in costruzione di Santudomini.
Nell’anno 1353, Mariano IV Giudice d’Arborea rompe l’alleanza con gli Aragonesi, ritenuti usurpatori, e coinvolge tutta l’isola in una lunga guerra di liberazione. Molte delle azioni di guerra partivano dal castello verso Cagliari, capitale del regno di Sardegna. Nel castello, ritenuto inespugnabile, era ammassato il grano del campidano e le scorte necessarie per far fronte al vettovagliamento dell’esercito. Nel 1376, Mariano IV muore di peste, gli succede il figlio Ugone III che continua la guerra fino alla sua morte avvenuta in circostanze drammatiche.
Nel 1383, Eleonora d’Arborea diventa giudicessa reggente per conto dei figli minorenni legittimi eredi al trono.
Nel 1388, Eleonora è costretta a firmare la pace con gli Aragonesi e restituisce tutti i territori conquistati dal padre Mariano IV. Nell’atto, che porta la data del 24 Gennaio 1388, sono elencate le città, le curatorie e le ville con i curatori, sindaci, maggiorenti e giurati che parteciparono alle corone(riunioni ufficiali) per ratificare la pace. In questo documento compare la curatoria di Monreale scorporata dalla curatoria di Bonorcili ( Evidentemente l’importanza del territorio e l’incremento demografico resero necessaria la nuova curatoria). I villaggi che ne facevano parte erano: Arbus, Cancella, Gonnosfanadiga, Guspini, Borgo Monreale, Fontana de Urgo, Gulzi, Pabillonis, San Gavino, Sardara, Serru, Taverna, Uta Passeris, Villa d’Abbas, Villa Atzei, Villa Jacha. Il capoluogo era Sardara, dove l’undici Gennaio 1388 si svolse la riunione dei sindaci, maggiorenti e giurati delle ville di Sardara, Sancto Gavino, Guspini, Villa d’Abbas, Borgo Castri Montis Regalis e Pavigionis davanti ai notai e al curatore della contrada di Monreale e sindaco di Sardara Margiano Gadulesu. La pace dura ben poco, nel 1391 scoppia una nuova guerra che porterà alla temporanea riconquista dei territori ceduti con l’atto di pace e culminerà nella battaglia di Sanluri (Giugno 1409). Ancora una volta Sardara e il suo territorio con il castello è coinvolta direttamente. E’ di questo periodo lo spopolamento di Villa d’Abbas e Jacha ma siamo già nel XV secolo.
Livio Melis
Bibliografia: G.M. Vian “La donazione di Costantino”
R.Piras, M.Rassu “Le strutture territoriali del giudicato d’Arborea”;
R.Delogu “L’architettura del medioevo in Sardegna”;
J.Day “La Sardegna sotto la dominazione Pisano-Genovese”;
G.Zanetti “I Camaldolesi in Sardegna”;
F.C. Casula “Storia di Sardegna”; “Sardegna Catalano-Aragonese”, “Il castello di Monreale nel regno giudicale d’Arborea”.
L.Pani Ermini “Alcune note sul complesso fortificato di Monreale”;
F.Floris “Feudi e feudatari in Sardegna”;
P.Tola “Codex Diplomaticus Sardiniae”.

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mercoledì 23 dicembre 2009

Buon Natale

Per Natale, che è ormai prossimo, è consuetudine raccogliersi in famiglia e augurarsi reciprocamente felicità e benessere. Non è però possibile non ricordare che questi momenti acuiscono solitudini o preoccupazioni per chi non sta bene o è privo di lavoro. Novas vorrebbe che a nessuno mancasse la serenità e una parola di amicizia. Buone Feste!

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L’ALTERNATIVA DOPO IL FALLIMENTO

Il Partito Democratico, i Comunisti Italiani, lo Sdi e l’Udc esprimono comune preoccupazione per il futuro dell'area termale e più complessivamente per lo sviluppo del paese; denunciano inoltre un clima di eccessiva contrapposizione fatto di violenze verbali e diffide, che da un pò di tempo travalicano la normale dialettica politica.


Con la chiusura dell’albergo, con i lavoratori a casa e senza stipendio, con molte decine di migliaia di euro sottratte al tessuto economico del territorio appare evidente che l’attuale maggioranza non sia riuscita a governare il passaggio tra la vecchia e la nuova gestione. Quello che secondo la Giunta doveva essere un percorso indolore si sta dimostrando al contrario un sentiero irto di ostacoli. Il ricorso presentato dalla precedente gestione al Consiglio di Stato potrebbe allungare ulteriormente i tempi di riapertura dell’albergo.
Altri problemi sopraggiungono con i lavori di manutenzione. A fine novembre la maggioranza ha approvato il rilascio di una polizza fidejussoria a favore del nuovo gestore termale, la “Salute & Benessere Casteldoria Terme spa”, diventando garante di un mutuo di € 400.000, che verrà acceso dal gestore, finalizzato a lavori nell’albergo termale contraddicendo, di fatto, quanto sottoscritto nel contratto che disciplina le nuove condizioni normative di gestione.
Lo scorso 9 ottobre è stato stipulato il nuovo contratto tra il Comune e la società che ha vinto la gara d’appalto. All’articolo 7 “le parti si danno reciprocamente atto che la gestione avrà ad oggetto gli immobili, gli arredi e le attrezzature nello stato di fatto e di diritto in cui si trovano attualmente, che il Concessionario dichiara di ben conoscere e di accettare senza riserva alcuna”. Tuttavia la Giunta comunale con delibera n. 209 del 16/11/2009 ha approvato un progetto presentato dal nuovo gestore per la realizzazione di opere di ordinaria e straordinaria manutenzione nella struttura ricettiva per una spesa netta di € 481.931,40 e con successiva delibera n. 216 dello stesso giorno ha approvato un ulteriore programma di spese pari ad € 400.000 per attrezzature, mobili e arredi da destinare all’albergo. La maggioranza ha deliberato che le rate del mutuo, acceso dal gestore, dovranno essere decurtate dal canone dovuto al Comune.
E’ evidente che quanto sottoscritto nel contratto si discosta da quanto deliberato dal Consiglio comunale. Perché prima si sottoscrive una cosa poi se ne fa un’altra? Perché accollarsi dei costi che sulla base del contratto sono a carico del gestore?
I diversi contenziosi aperti, i toni urlati e gli articoli di stampa di questi ultimi anni non hanno fatto che peggiorare l’immagine turistica del paese. Tanta propaganda nasconde la leggerezza politica con cui vengono affrontate tematiche cruciali per il futuro del paese.
Nell’ultimo Consiglio Comunale la maggioranza ha provveduto allo stralcio dal Piano Urbanistico Comunale delle modifiche riguardanti la zona termale e quella artigianale. Lo ha fatto dopo una sonora bocciatura della Regione e della Provincia. Il Piano infatti non è stato sottoposto a valutazione ambientale strategica e a compatibilità idraulica e geologica geotecnica. Il metodo e le procedure adottate erano affrettate e totalmente improvvisate. La buona fede si presume.
Preoccupa l’idea della maggioranza di far costruire la cosiddetta “Cittadella Termale”, con un aumento considerevole delle volumetrie, favorendo una sorta di turismo residenziale lungo la provinciale, con la costruzione e l’apertura di eventuali supermarket e rischiando di alimentare una sorta di pericolosa speculazione edilizia. Ma si vogliono i turisti a Sardara o i sardaresi che fanno la spesa alle Terme?
Di fronte ad un modo di amministrare così fallimentare il PD, i Comunisti Italiani, i Socialisti e l'UDC concordano sulla necessità di costruire un'alternativa politica ed amministrativa che renda possibile un nuovo e fecondo periodo di governo e che restituisca al paese una prospettiva per il futuro.
Sardara 20 dicembre 2009. P.D. – Comunisti Italiani – SDI – UDC.

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IL CONTRATTO DI GESTIONE DELL’ALBERGO TERMALE

Pubblichiamo il contratto di gestione dell’albergo termale a cui fa riferimento il documento sottoscritto da P.D. Comunisti Italiani, SDI e UDC. Chi ha interesse potrà così farsi un’idea più precisa e diretta sugli obblighi assunti dal nuovo gestore relativi alle manutenzioni ordinarie e straordinarie della struttura. Si richiamano in particolare gli articoli 7 – 8 – 9, che attribuiscono in modo inequivocabile questa responsabilità.
http://www.novasdisardara.it/gestione%20albergo%20termale%20_disciplina%20condizioni_.pdf



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Progetti verdi e bastian contrari

Il già precario tessuto industriale della provincia del Medio Campidano è andato, purtroppo, del tutto sfaldandosi.

Il patrimonio archeologico-storico-culturale (per fortuna abbastanza ricco) non è certamente in grado di assicurare sviluppo per l’intera popolazione della provincia. Sviluppo che non si riesce a raggiungere neanche se ai beni culturali affianchiamo le straordinarie ricchezze ambientali, le bellezze paesaggistiche e naturalistiche che pur possediamo in larga misura. Voglio dire che Barumini, la Giara, le Terme di Sardara, l’archeologia mineraria, il Linas, Scivu e Piscinas possono dare una mano, anche qualificata, ma non risolvere il problema dell’occupazione, e quindi l’economia, degli abitanti di questo non vasto territorio. Terrritorio che fin dall’antichità ha avuto una grande vocazione agricola: il Basso Campidano, la Marmilla con la Trexenta sono stati a lungo il granaio sia dei Punici che dei Romani. Purtroppo il settore agricolo attraversa una forte crisi non solo nella nostra zona, ma in tutta la Sardegna. Eppure qualcosa c’è. Abbiamo addirittura delle eccellenze: lo zafferano di San Gavino e Turri, l’olivicoltura di Villacidro e Gonnosfanadiga, le mandorle a Baressa e dintorni. Ma soprattutto il comparto carcioficolo del triangolo Nuraminis, Samassi, Serramanna. Ma non basta, non basta proprio. E infatti cosciente di questo il presidente della provincia Fulvio Tocco e la sua maggioranza ( o ciò che ne resta ) sulla provincia verde continuano a puntare.
Tempo fa, mi sembra all’inizio di ottobre, un bando pubblico annunciava un incontro del presidente della provincia con gli agricoltori. Incuriosito mi avvicino a Villa Diana. Si parla di accorpamento di terreni, della necessità di frenare l’esodo dalla campagna, della convenienza non solo economica di rivitalizzare la presenza umana nei campi. I disastri che periodicamente si verificano nei nostri territori sono dovuti molto spesso all’abbandono di quelle opere, anche minime ma costanti, che venivano assicurate dai nostri contadini. Insomma la presenza umana non solo come freno allo spopolamento delle campagne ma anche al degrado dei nostri paesi. Per raggiungere almeno in parte questi obiettivi si è pensato di mettere in campo il progetto " Vivere la campagna ". Tra le cose interessanti sentite in quel convegno mi piace segnalarne una per la sua semplicità ed efficacia. Da parte della provincia si è deciso di concedere un incentivo di 210 euro per ettaro ( fino ad un massimo di 4 ettari nel presente anno agrario ) agli operatori agricoli che si fossero impegnati nella semina di leguminose da granella. L’obiettivo è quello di utilizzare quei terreni che altrimenti resterebbero incolti, creando reddito seppure non molto consistente. La cosa diventa ancora più interessante quando un tecnico spiega che la coltivazione delle leguminose avrebbe arricchito il terreno di sostanze azotate preparando i campi per la semina del grano nella successiva annata agraria. In fondo si ripropone ciò che la saggezza dei nostri contadini praticava fino a pochi decenni fa: l’alternanza di grano e fave rendeva quasi del tutto inutile il ricorso al concime "molto salato" del Consorzio Agrario, rendendo un pessimo servizio alle industrie chimiche. Se poi il coltivatore stringe un patto virtuoso con l’allevatore, il vantaggio lievita ancora. Mettiamo che il commerciante acquisti dal contadino per 4 euro un quintale di granella per l’ alimentazione animale. Con tutta probabilità lo rivenderà al pastore a 10 euro. Saltando questo passaggio i due contraenti potrebbero avere, stabilendo il prezzo di vendita e di acquisto in 7 euro, ambedue un guadagno di 3 euro a quintale: un 60 % tolto alla speculazione. Non è poco. Tutto molto semplice e lineare. - Ma andrà veramente così ? - mi chiedevo in quel
giorno di ottobre, certamente non per unirmi ai contrari per partito preso presenti al convegno, fossero essi amministratori o raccontatori interessati delle nostre vicende. Oggi siamo a dicembre inoltrato, ma già a metà novembre vedevo molti terreni seminati e rullati. Che il favino da semina avesse avuto successo? Non ho dati statistici certi (perché ancora non ci sono), ma se il mio occhio di assiduo frequentatore delle campagne non mi inganna, dovrebbero essere parecchie decine gli ettari coltivati a leguminose da granella, intestati anche a vetusti capostipiti o , purtroppo, a giovanissimi eredi. Con buona pace dei bastian contrari di varia estrazione.
Luigi Melis

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I giovani, il lavoro, la politica.


Curiosando qua e là su NOVAS mi sono trovato a leggere per la seconda volta l’articolo del mio giovane amico Roberto Ibba “babbo…mi hai tradito?” e stavolta decido di dire la mia, seppure con qualche ritardo, su un argomento di così grande e, per certi aspetti, drammatica attualità.


Di quello scritto ho apprezzato il linguaggio chiaro, la rappresentazione efficace dei problemi del mondo dei giovani, oltre agli ammirevoli propositi e lo slancio tipicamente giovanile di chi si vuole impegnare per un futuro migliore con la consapevolezza che nessuno ti regala niente, neppure la ‘generazione dei padri’.
Quelle sue riflessioni mi sono sembrate già note, come se stessi ascoltando l’eco lontano di miei antichi pensieri. E non solo miei, ma di tanti giovani (ora ex giovani) che hanno scrutato il proprio orizzonte cercando di indovinare cosa vi fosse oltre il visibile.
E, in effetti, pensieri simili ricordo di averli fatti anch’io quando, negli anni ’70, dovetti emigrare all’estero per fare le prime esperienze di lavoro.
Deve averli fatti anche mio padre quando, per fuggire dall’estrema povertà della Sardegna degli anni ’50, emigrò verso la Francia più ricca e industriale.
Qualcosa del genere deve aver pensato mio nonno che, dopo aver combattuto sull’altopiano di Asiago durante la prima guerra mondiale anch’egli, negli anni ’30, andò a lavorare in Francia in una miniera di carbone.
Di mio bisnonno non ho notizie, ma a lui potrebbe essergli stata preclusa perfino la possibilità di emigrare, oppure potrebbe essere stato uno dei tanti che si metteva in marcia per raggiungere (a piedi) le miniere di Buggerru, Serbariu, Monteponi, per tornare a casa dopo mesi o anni...o mai più…
Quei giovani non si limitarono ad apprendere nuove arti e mestieri, ed ebbero modo di acquisire qualcosa di ben più importante, fino ad allora vagheggiata ma ancora ignota ai più, ossia una nuova coscienza di classe. Poterono sperimentare la forza dell’organizzazione di Sindacati e Partiti e scoprirono che con essi si potevano conquistare e difendere i diritti fondamentali del lavoro, ottenere delle tutele in caso di malattia, di disoccupazione, di infortunio, di vecchiaia, e che si poteva lottare per i diritti civili. In questo modo essi capirono che anche gli ultimi, quelli che erano i lavoratori diseredati e senza voce, potevano contribuire alla edificazione di un mondo migliore.
E’ innegabile che il sacrificio e le lotte di quei giovani abbiano contribuito in modo decisivo a consegnare ai giovani di oggi una società migliore, con innumerevoli problemi ancora irrisolti, ma certamente più prospera ed in grado di offrire più opportunità a tutti, perché maggiore è la ricchezza, il grado di istruzione dei cittadini, migliore è la sanità pubblica, più solide le istituzioni democratiche.
Ieri e oggi. Tempi e realtà molto diverse, non c’è dubbio.
E’ sufficiente considerare le diverse congiunture economiche tra i due dopo-guerra, di espansione, e quella odierna, di recessione, al diverso livello culturale e di conoscenza, per considerare ogni paragone tra i giovani di ieri e quelli di oggi perlomeno azzardato. Ma vale la pena di provarci.
La prima impressione è che i giovani, oggi, sottovalutino le proprie reali capacità e potenzialità atte a modificare una realtà che non gli piace, quella società nella quale trovano enormi difficoltà ad affermarsi, sia nel mondo del lavoro che della politica, ma non solo. Spazi che essi potrebbero conquistarsi con un impegno diretto e incisivo.
Perché accade? Forse perché, data l’epoca in cui essi sono nati e vivono, mancano di termini di confronto, appunto, ‘vissuti’?
Provo a spiegarmi meglio. I giovani di ieri hanno potuto confrontare, perché li hanno vissuti entrambi, periodi di reale povertà e di quasi-assenza di diritti con una nuova epoca più prospera e più libera ed hanno potuto constatare il mutare delle proprie condizioni di vita e di lavoro grazie ad un loro impegno diretto. La società cambiava con loro e grazie a loro in modo palpabile, concreto, essi si sentivano giustamente protagonisti di quei cambiamenti ed avevano la certezza, le prove, che una società più giusta si potesse realizzare.
La più alta espressione di quell’impegno e di quei cambiamenti fu incarnata da uomini di grande levatura morale che dedicarono la propria vita per migliorare le condizioni del lavoro e dei lavoratori, prima che i termini comunismo e socialismo perdessero del tutto il significato delle origini che era di emancipazione, di giustizia sociale, di una società di uguali. Uguali almeno nelle opportunità e nei diritti.
Uno di questi uomini, uno dei tanti, è recentemente scomparso: Gino Giugni, socialista, padre di quella carta dei diritti, lo Statuto dei Lavoratori, che ha significato, forse, l’apice delle conquiste legislative in materia lavoristica. Erano norme che vietavano di licenziare se non per giusta causa o per un giustificato motivo, ed erano tempi in cui le assunzioni con un contratto a tempo determinato erano un’eccezione mentre quelle con un contratto a tempo indeterminato erano la regola.
Quello fu il risultato di anni di grande fermento civile e sociale ricordati come ‘autunno caldo’…Anni di contestazione giovanile, di partecipazione, di spontaneità, di straordinaria presa di coscienza il cui motore pulsante erano appunto i giovani studenti. Erano gli anni ’70.
Erano anni, come ha ricordato Roberto, in cui anche i giovani operai potevano programmare il proprio futuro, costruirsi la casa, formare una famiglia, crescere dei figli.
Dunque, per tornare ai giovani di oggi, essi hanno letto e studiato molto, conoscono la storia dei padri e dei nonni, ma sono lontani dal possedere la loro stessa tensione ideale e le stesse motivazioni. Inoltre possiedono una scala di valori necessariamente diversa da quella di ieri, anche se non sempre chiara e definita. Perciò non è secondario interrogarsi, tra le altre cose, sul come è composta la scala dei valori oggi e con quale ordine di priorità. Prima il denaro? La fama? Il potere? La famiglia? L’amicizia? Un lavoro stabile e gratificante? L’impegno sociale e politico? Non è chiaro.
L’impressione, abbastanza netta, è che non convinca più l’idea che l’impegno, il sacrificio e la partecipazione siano valori positivi primari e che essi possano effettivamente cambiare la realtà delle cose.
Ecco, una ‘colpa’ dei padri (se si può definire colpa), forse troppo protettivi e apprensivi, potrebbe essere proprio quella di non aver saputo trasmettere i valori dell’autodeterminazione del proprio futuro ai figli, forse troppo coccolati? E’ possibile.
Ogni tanto si ascolta qualche commentatore porre la questione come una contrapposizione tra generazioni, con argomentazioni che lasciano il dubbio di un uso strumentale di certe opinioni, volte più che altro a distogliere l’opinione pubblica da altri problemi, così da far credere che i padri abbiano ‘consumato’ anche il futuro dei propri figli, lasciando in eredità debiti, un sistema pensionistico penalizzante per le future generazioni, ecc. Tutti fatti che, di per sé, dovrebbero giustificare i sacrifici che vengono richiesti alle nuove generazioni in termini di una riduzione generalizzata dei diritti. Si tratta quasi sempre di un modo distorto, ingannevole e troppo semplicistico di rappresentare la realtà, e perciò da rifiutare.
Tuttavia Roberto non usa la parola ‘tradimento’ a casaccio e credo anch’io che essa abbia un senso compiuto in questo contesto. E non a caso egli cita gli ‘antichi’ compagni che facevano la rivoluzione e che oggi vestono in doppio petto senza il più pallido ricordo delle tante battaglie combattute.
Anche questa è un’impressione che abbiamo avuto in tanti e che in tanti è rimasta, me compreso, e cioè che forse troppo in fretta e acriticamente essi hanno finito per abbracciare le teorie neoliberiste, con un riformismo alla rovescia, accettando nei fatti una involuzione dei diritti dei lavoratori, con tutte le conseguenze nefaste per un’intera generazione. Una revisione, e questa è storia recente, messa in cantiere anche da uomini di centro-sinistra come Tiziano Treu, Marco Biagi, Massimo d’Antona, Pietro Ichino e lo stesso Gino Giugni dei tempi più recenti.
Teorie che si sono affermate con il pretesto della competitività, della globalizzazione, delle moderne tecnologie e come conseguenza di una evoluzione sociale che pretendeva una nuova organizzazione del lavoro ed esigeva il riformismo. Ma c’è riformismo e riformismo. E nel nostro Paese esistono enormi spazi ancora da conquistare in campo legislativo per attenuare le ripercussioni sulla disoccupazione, sulla precarietà, sui diritti, sui giovani.
E lo dimostra il fatto che altri Paesi hanno saputo fare meglio di altri, accompagnando alla flessibilità adeguate forme di tutela e severe norme di repressione degli abusi.
Un esempio tra i tanti, per rendere l’idea. In Francia si fanno gli stage post-laurea come in Italia ma la Legge prevede un compenso minimo di 380 euro mensili, l’obbligo dei versamenti contributivi e, in ogni caso, per periodi definiti e limitati di durata dopo la laurea.
Da noi è tutta un’altra storia e i giovani laureati lo sanno bene, purtroppo.
E infatti l’Italia è uno dei Paesi in cui si è teorizzata, e messa in pratica, la flessibilità più estrema, resa possibile da Leggi cui il centro-sinistra non è del tutto estraneo, norme che hanno permesso che oggi avvengano distorsioni ed abusi, più spesso nei confronti dei giovani.
Sembra essere prevalsa la logica che vuole i diritti di chi lavora (i salari, l’orario di lavoro, le modalità di assunzione e di svolgimento del rapporto di lavoro) al secondo posto dopo la produttività, la competizione, il fatturato. Non più la persona ‘al centro’.. non più al primo posto la qualità del lavoro, la sicurezza, la salute, il tempo libero, in una parola la vita delle persone…
Si, perché il lavoro ha, dovrebbe avere, una sua ‘sacralità’, nel senso che oltre al reddito che ci permette di vivere dignitosamente, ci fa sentire utili al consorzio umano, dà un senso alla nostra esistenza e la rende più libera. A me piace ancora pensare al lavoro come è nella concezione umanistica, per la quale ‘il lavoro ‘è il principale mezzo con cui l’essere umano diventa se stesso’, come anche di una certa concezione cristiana (perché no?) che mette il lavoro al centro della vita individuale come segno della predilezione divina.
Questo nuovo ‘credo’, questo cambiamento di orizzonte ha implicazioni enormi e contiene, nel senso che ne è la causa, i problemi lamentati dai giovani di oggi, travolti dalla precarietà e da un grande senso di insicurezza. E c’è da chiedersi quanti siano rimasti, oggi, a credere che i lavoratori non sono più meri utensili in carne e ossa, come li definì Aristotele, e come li vuole oggi il capitalismo contemporaneo. Così come ci si è scordati dell’immenso valore etico, morale e politico di una società che si sforza di realizzare la condizione di ‘piena occupazione’.
A causa delle politiche del lavoro messe in atto (o inattuate, dipende dai punti di vista), l’Italia sembra incapace di ‘creare lavoro’ mentre si dimostra ancora capace di produrre ricchezza. Il nostro Paese riesce a spendere solo il 23% delle risorse comunitarie destinabili alla creazione di nuovi posti di lavoro anche per colpa di una macchina statale poco efficiente, comprese le Regioni, le Province ed i Comuni, ed è fanalino di coda quando si parla delle norme a protezione contro la disoccupazione involontaria, i cosiddetti ammortizzatori sociali.
Sono tutti temi che meritano ben altro spazio e approfondimento ma, intanto, ci pongono qualche interrogativo che, almeno per quanto mi riguarda, contiene risposta e proposta, e cioè ...
Quanti di quelli spazi lasciati liberi da politiche sociali incomplete o fatte male, possono essere riempiti da proposte nuove e moderne con le idee dei giovani di oggi? Meglio, sono essi capaci di contribuire all’affermazione di politiche idonee a modificare questa società così imperfetta?
Sono ovviamente convinto di si, perché i giovani di oggi sono colti e preparati, conoscono il mondo e sono consapevoli dei problemi della nostra epoca.
Alcuni di essi, tra questi Roberto Ibba, mi pare, si sono già rimboccati le maniche, ed è quanto basta, per adesso, per guardare al futuro di tutti noi con un po’ più di fiducia.
Roberto Montisci

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giovedì 17 dicembre 2009

O M A G G I O A N U O R O

Continuano le escursioni cultural-ricreative organizzate dal Circolo Arci di Sardara. Dopo la visita, interessantissima, alla miniera di Serbariu, è stata la volta della città di Nuoro.


Prima tappa Museo del Costume. Se non tutti, almeno i più significativi e rappresentativi costumi della nostra isola, sono presenti in quello spazio piuttosto angusto per contenere tanta magnificenza. Un’orgia di tessuti, colori, ori che incantano e affascinano anche chi, come noi, è abituato alle sfilate folcloristiche, suggestive e coinvolgenti, che però non consentono di focalizzare i particolari, come invece è possibile nelle sale di un museo. I tanti "continentali" che si accalcano nelle sfilate di Sant’ Efisio e della Cavalcata, sanno che a Nuoro c’è il Museo del Costume?
La casa natale di Grazia Deledda non è molto distante. Una palazzina su tre livelli molto ben tenuta, che denota la sicura agiatezza degli antichi proprietari. Fa un certo effetto aggirarsi in quelle stanze che videro affaccendarsi la grande scrittrice premio Nobel per la letteratura. Molti pensieri corrono per la mente nell’osservare lo studiolo, non certamente sfarzoso, dove la scrittrice trascorse chissà quante ore a rimuginare i suoi capolavori. Più sontuoso lo studio romano della scrittrice diventata ormai celebre, che si può ammirare in un ambiente al piano terra. Piuttosto spartana anche la camera da letto. Una sedia, un tavolino con sopra penna e calamaio, al centro della stanza; addossato ad una parete un mobiletto-libreria, accanto un baule da viaggio per i libri. Nella parete di fronte un armadio guardaroba non particolarmente elaborato. Di fronte alla porta d’ingresso, in un angolo, la "toeletta" col suo bravo asciugamano, il catino e il grosso boccale in ferro smaltato, lo specchio. Dalla parte opposta con la testiera a motivi floreali, come usava intorno ad un secolo fa, in ferro e lamierino, il letto. Mi fermo un attimo a riflettere. Vedo la nostra, insonne, rigirarsi senza posa in cerca della forma migliore per fissare, per sempre, i suoi pensieri e lasciarli ai posteri. Efis di Canne al vento, Cosima, Marianna Sirca, Elias Portolu pur essendo stati scritti dopo il trasferimento a Roma, probabilmente hanno avuto la gestazione in quelle notti tormentate. Siccome non si vive di solo spirito, ecco la cucina con al centro "su foxibi" sovrastato da "sa taba" con i formaggi. Ma ecco soprattutto la dispensa, alloggiata nella IV Sala. Sempre chiusa a chiave, scrive la Deledda, custodiva le provviste per l’intera "comunità". Un enorme "caisteddu" con il grano per la confezione del pane bianco per la famiglia; un altro con l’orzo per quello destinato alla servitù e ai lavoranti stagionali. E poi fave, ceci, fagioli, piselli, lenticchie, mandorle, castagne, noci e nocciole. Dalle canne, legate alle travi del soffitto, pendono grappoli d’uva, corone di fichi secchi, pere, mele. Su di un tavolo, abbastanza grande per contenere tanto ben di Dio, fanno bella mostra di sé "mustebas", pancette arrotolate e una gran quantità di "crentexabis" (grandi rettangoli di lardo salato) che costituivano, assieme a patate e cipolle, il companatico per gran parte dell’anno dell’intera servitù. Salsicce, "granduas", le parti migliori della pancetta debitamente pepate per la conservazione (assieme a "is mustebas"), avevano probabilmente altra destinazione. Si è fatto tardi, non c’è tempo nemmeno per una fugace visita alla chiesetta della Solitudine: ci attendono ad Orgosolo per il pranzo sociale.
Nell’angolo degli arrosti, assieme ai proprietari, un volto noto: Graziano Mesina. Ci dà il benvenuto, resta a pranzo con noi. Il caso ha voluto, essendomi attardato con il gestore, che l’unico posto ancora libero, in fondo al tavolo, fosse quello di fronte a Mesina. Una sana diffidenza
reciproca rende guardinga la conversazione. Si sta sul leggero: la bontà del prosciutto, il buon vino di Orgosolo, le meravigliose bianche pareti rocciose del Supramonte che si stagliano nel riquadro della finestra di fronte a noi. Chiedo di un nostro compaesano da sempre residente ad Orgosolo. "No, non lo conosco. Cosa vuoi, sono mancato 40 anni e più dal paese". "Lunghi !" dico. "Lunghissimi. Penso di aver pagato il mio debito con la società". Il ghiaccio è rotto. Affiorano probabili letture dei duri anni di carcere: "Hanno sempre approfittato di noi, puntando sulla nostra scarsa capacità di unione, di fare blocco unico. Ci hanno sempre sfruttato, tutti: governanti, chiesa e tutti quelli che detengono un qualche potere. Capito ! "Capito. Ma non so, e non chiedo, se parlasse di noi sardi o di noi classi subalterne in generale. "Sono tempi brutti -continua- soprattutto per i giovani. Per loro ci sono poche prospettive, non c’è sicurezza. Ho paura che sarà sempre peggio. Il fatto è che sono stati abituati ad avere molto con poco impegno. I genitori li hanno viziati e adesso è dura rimetterli in carreggiata". – "Spetta a noi adulti, alle persone come te che su di loro hanno un certo ascendente, fare i convincenti maestri" intervengo. "Io ci provo. Sai quante mamme vengono a lamentarsi e a chiedermi di intervenire sui loro figlioli quando combinano, piuttosto frequentemente, delle fesserie? Intervengo, ci parlo a quattr’occhi, spiego, consiglio … e se non basta minaccio di passare alle vie di fatto . Capito ! Io non ho paura di affrontare situazioni difficili". Qui il pedagogo cede il passo all’antico balente . " Forse sono loro ad avere paura. I giovani sono molto insicuri " dico . " Hai ragione. I giovani sono molto paurosi. Mi capita spesso di accompagnare comitive nel Supramonte, e noto chiaramente che preferiscono restare in gruppo, hanno paura di allontanarsi, di camminare da soli in mezzo alla natura. Hanno coraggio solo nel branco, non riescono a sopportare la solitudine. Nel 1956, anno della grande nevicata, sono rimasto isolato in montagna, da solo, per oltre un mese. Avevo 14 anni. Io so che cosa è la solitudine. Ci devi convivere. Altrimenti impazzisci. Ma quella è un’altra solitudine". Di proposito ho evitato di parlare di politica: la curiosità era tanta, ma forse è stato meglio.
Luigi Melis

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